Nuove norme Ue sugli imballaggi in plastica per il settore caseario

Imballaggi in plastica. Nel lattiero caseario si cambia

Latte, yogurt, burro, formaggi freschi e stagionati: il mondo dei latticini è uno dei settori alimentari con la maggior ricchezza e varietà di prodotti. Un punto di forza per i consumatori, ma anche una fonte di complessità per le aziende produttrici, che devono identificare per ogni prodotto il tipo di materiale e di packaging più adatto in termini di sicurezza, resistenza e contenuto di servizio per il consumatore.

Sono tanti i materiali che nel settore lattiero caseario entrano in contatto con i prodotti: bottiglie e vasetti di vetro; vaschette, vasetti e bottiglie in PET; contenitori in poliaccoppiato per il latte; confezioni in alluminio per il burro; vassoi, pellicole plastiche e sacchetti per i formaggi. Tutti materiali in rapida evoluzione, sempre più “ecologici” e a minor impatto ambientale, ma sempre controllati e affidabili sul fronte della sicurezza.

Proprio la rapida evoluzione scientifica e l’alto grado di innovazione che caratterizzano il settore delle materie plastiche ha spinto l’Unione Europea a rivedere ed aggiornare la normativa riguardante i materiali e gli oggetti di materia plastica destinati a venire a contatto con i prodotti alimentari. Così, dal 1 maggio 2011, è entrato in vigore il nuovo il Regolamento UE n. 10/2011 che abroga il precedente provvedimento (ossia la Direttiva 2002/72/CE).

La principale novità del regolamento consiste nel fatto che investe anche nuove aree: ad esempio, la plastica utilizzata in combinazione con altri materiali all’interno dei cosiddetti multistrato multi materiali o le resine a scambio ionico.

Al fine di garantire la sicurezza del materiale o dell’oggetto finale, ogni nuovo componente usato nella realizzazione dei materiali in plastica dev’essere autorizzato dai singoli Stati e devono esserne definiti i limiti di migrazione specifica, sulla base della valutazione dei rischi.

In particolare, se un additivo autorizzato per la fabbricazione di materiali e oggetti di materia plastica è anche autorizzato come additivo alimentare o sostanza aromatizzante, è necessario assicurare che il suo rilascio non comporti il superamento dei limiti previsti o non modifichi in modo inaccettabile la composizione dell’alimento.

da SALUTE-AMBIENTE.IT

Efsa : nuove linee guida per gli imballaggi alimentari

Sicurezza alimentare e rischi dell’imballaggio: interviene l’Efsa
Linee guida per la sicurezza alimentare degli imballaggi

L’Efsa interviene sulla questione dei materiali utilizzati nell’imballaggio degli alimenti

Ancora poche regole per la salvaguardia della sicurezza alimentare, gli imballaggi e le sostanze a rischio migrazione al centro delle linee guida dell’Efsa.

La sicurezza alimentare, principale obiettivo del D.Lgs 155/97, presuppone che venga garantita sempre la salubrità degli alimenti in tutto il percorso della filiera produttiva allo scopo di assicurare il mantenimento di tutte le caratteristiche organolettiche e nutrizionali per il consumatore finale.

L’attività di controllo e vigilanza, è richiesta in prima battuta alle aziende che lavorano, manipolano, confezionano e somministrano alimenti al pubblico tramite le operazioni di autocontrollo alimentare, sintetizzate nel manuale HACCP volte alla tutela del consumatore nell’ottica della sicurezza alimentare, operando in tutte le fasi di criticità del ciclo produttivo degli alimenti.

Ultimamente, l’Efsa, l’Autorità Europea per la sicurezza alimentare, ha concentrato la sua attenzione nel ciclo produttivo degli alimenti, precisamente focalizzando l’attenzione sui materiali impiegati nelle fasi di stoccaggio. L’Autorità per la sicurezza alimentare, ha pubblicato un rapporto contenente le linee guida sull’utilizzo di materiali per l’imballaggio degli alimenti: dalla plastica, ai materiali sintetici, vernici, cartone, inchiostri e gomme non ancora “armonizzati” nella normativa.

Il report realizzato dall’Efsa, contiene alcuni casi specifici; uno di questi si riferisce ai cereali per la prima colazione a rischio migrazione e contaminazione a causa di una sostanza “Metilbenzofenone” utilizzata per la confezione. Spiega l’organismo: “oggi ancora manca una normativa a tutela della salute dei consumatori in questo senso perché, i materiali utilizzati negli imballi sono molti e in continua evoluzione“. Ammine aromatiche da adesivi, nitrosammine nella gomma, inchiostri di stampa e idrocarburi minerali nella carta.

Il gruppo di cooperazione scientifica dell’Efsa ha raccolto quindi, tutte le valutazioni di rischio effettuate dagli stati al fine di creare un rapporto di “classi di tossicità” (bassa, media e alta) che andrà poi a creare i valori di soglia massima di esposizione dell’alimento ad una determinata sostanza perché, si legge nel rapporto, esistono sostante molto pericolose per il consumatore che anche in basse concentrazioni possono recare danno.

Con questo rapporto, l’ente europeo ha gettato le basi verso una futura normativa specifica per materiali e imballaggi, valori di esposizione e limiti nell’utilizzo dell’industria alimentare.

da NEWS.PMISERVIZI.IT

Ue vieta fieno e germogli dall’Egitto per combattere il batterio killer

Escherichia coli, l’Ue vieta l’importazione di fieno e germogli dall’Egitto

Eleonora Santucci

Il 22 maggio scorso la Germania ha denunciato il focolaio del batterio Escherichia coli produttore della tossina Shiga (Stec) nella Germania settentrionale. Mentre la Francia ne ha denunciato la presenza a Bordeaux un mese dopo (15 giugno). In entrambi i casi le indagini epidemiologiche e le analisi di laboratorio hanno dimostrato che all’origine del contagio potrebbe esserci il consumo di semi germogliati (in particolare, per lo stato tedesco quelli prodotti in un’azienda a sud di Amburgo) derivanti da una partita di semi di fieno greco e di legumi importata dall’Egitto.

Nonostante non si possa escludere che altre partite siano coinvolte, sulla base del principio di precauzione l’Ue ha deciso di vietare temporaneamente (fino al 31 ottobre 2011) l’importazione di alcuni i semi e i legumi originari dell’Egitto (ossia quelli che figurano nell’allegato della decisione pubblicata oggi sulla Gazzetta ufficiale europea), al fine di disporre del tempo necessario per valutare ulteriormente la loro sicurezza.

Mancano, infatti, informazioni precise sull’origine esatta della contaminazione in Egitto, sui mezzi di contaminazione e su un’eventuale contaminazione incrociata, ma è evidente che l’esposizione a una limitata quantità di materiale contaminato proveniente anche da altri semi e legumi può avere gravi ripercussioni sulla salute umana.

Dunque gli Stati membri, sulla base della decisione Ue, dovranno adottare tutte le misure necessarie a ritirare dal mercato e distruggere tutte le partite di semi di fieno greco, importate dall’Egitto durante il periodo 2009-2011, figuranti nelle notifiche del sistema di allarme rapido per gli alimenti e i mangimi relative al procedimento di tracciabilità.

Comunque le misure di emergenza cautelative saranno oggetto di un riesame periodico alla luce delle garanzie offerte dall’Egitto, dei risultati delle indagini e delle analisi effettuate dagli Stati membri.
E’ il regolamento Ue del 2002 che stabilisce le misure di emergenza da applicare quando sia manifesto che alimenti o mangimi importati da un paese terzo possono comportare un grave rischio per la salute umana, per la salute degli animali o per l’ambiente che non possa essere adeguatamente affrontato mediante misure adottate dallo Stato membro o dagli Stati membri interessati.

Gli egiziani ovviamente respingono tutte le accuse e smentiscono ogni loro responsabilità: il ministero dell’agricoltura egizianio afferma sul suo sito di aver prelevato campioni dai magazzini degli esportatori di fieno greco e che tutti i risultati sono stati negativi rispetto alla presenza E. coli: «Nessun ceppo di E. coli è stato ritrovato in Egitto e nessun caso di malattia è stato segnalato».

Gli egiziani ributtano la palla nel campo europeo: se i semi del fieno greco non sono contaminati dal ceppo patogeno di E.coli, «La contaminazione potrebbe essere avvenuta durante diversi procedimenti di trattamento, come il re-imballaggio o l’acqua utilizzata per coltivarli».

Intanto, anche l’agenzia per la sicurezza alimentare russa, Rispotrebnadzor, ha vietato l’importazione di alcuni tipi di prodotti egiziani a causa dei timori per la sicurezza alimentare, come aveva già fatto con gli ortaggi provenienti dall’Ue.

da GREENREPORT.IT

Imballare le bottiglie di vino

Come imballare il vino

Il vino è un prodotto prezioso, e come tale merita tutti i riguardi del caso. Se dobbiamo spedire delle bottiglie di vino si deve prestare molta attenzione, per evitare di danneggiare il contenuto e rompere il vetro.

Le scatole apposite già pronte sono una garanzia, ma hanno anche un costo notevole. Se vogliamo darci al fai da te dobbiamo solo procurarci delle scatole di cartone e un foglio power ball, ovvero il classico foglio da imballaggio con le palline antiurto.

A questo punto si devono avvolgere con cura le bottiglie, una per una, con uno strato spesso di power ball; maggiore è lo spessore del power ball maggiore sarà il grado di resistenza agli urti.
Non dimentichiamo il collo della bottiglia sul quale andremo ad avvolgere una striscia a parte del foglio da imballaggio, al fine di compensare la differenza nei volumi.

Per quanto riguarda il tappo, non ci resta che realizzare un cappuccio con il power ball.

Prima di mettere le bottiglie nel cartone, completiamo l’opera con ritagliando un cartone che fungerà da separatore.

Adesso i vostri vini rossi, i vostri vini bianchi e tutte le altre vostre bottiglie non temeranno più i trasporti!

da COMUNICATI123.IT

California al bando vaschette alimentari in polistirolo

La California mette al bando le vaschette in polistirolo
Dal 2014 niente più vaschette per alimenti in polistirolo nei supermercati e ristoranti della California. Il divieto di utilizzare questo tipo di contenitori entrerà in vigore inizialmente in 50 giurisdizioni, ma ci sono ampie possibilità che il provvedimento venga esteso a tutto il territorio dello stato.


Giuseppe Cutrone

Dal 1 gennaio del 2014 le celebri vaschette, attualmente utilizzate in tutto il mondo per il confezionamento di numerosi generi alimentari, non potranno più essere utilizzate in tutta la filiera alimentare, dalla grande distribuzione fino ai commercianti e ai ristoratori.

Il motivo che ha portato il parlamento californiano a prendere questa decisione è semplice: il polistirolo impiega moltissimi anni, anche migliaia di anni, per essere assorbito da parte dell’ambiente, con conseguenze che è molto facile immaginare. Inoltre, come se ciò non fosse sufficiente, la sua natura tipicamente granulare e molto fragile fa sì che i granelli di polistirene di cui è composto si spargano su vasti territori.

La decisione non è però passata in sordina, ma è stata accolta con un certo disappunto dai produttori di imballaggi in polistirolo, tanto da annunciare che daranno battaglia affinché il governo della California faccia dietrofront e torni sui propri passi e inserire il polistirolo tra i materiali da riciclo.

A sostegno della loro posizione, i produttori asseriscono infatti che, contrariamente a quanto si dice, il polistirolo può essere riciclato e, dato che la legge appena approvata sembra lasciare la possibilità di usare queste confezioni purché si assicuri un riciclo del 60% del materiale impiegato, ci sono le premesse affinché la produzione e la distribuzione di contenitori in polistirolo prosegua anche oltre il 2014.

Secondo la Dart, uno dei produttori del settore, l’inquinamento delle spiagge e delle acque marine della California non è dovuto al polistirolo usato per i generi alimentari, bensì a quello impiegato per imballare elettrodomestici e altri prodotti tecnologici. Una posizione non condivisa dal senatore Alan Lowenthal, promotore della legge, che ha affermato:

Questo provvedimento non servirà solo a eliminare quella che sta diventando ormai una vera piaga ambientale ma farà anche da trampolino per le nostre aziende, che potranno lanciarsi nel settore del packaging alternativo ed ecosostenibile.

Insomma, nonostante le comprensibili resistenze dei produttori la California si avvia verso il bando per questo tipo di imballaggi, aspetto che la pone all’avanguardia rispetto agli altri stati americani e a molti altri paesi nel mondo, che magari potrebbero prendere esempio e adottare simili politiche, incentivando la produzione e l’utilizzo di imballaggi eco-compatibili e rispettosi dell’ambiente.

da GREENSTYLE.IT

McFancy : griffe modaiole e fast food

McFancy, il fast food di lusso e griffato

Benedetta Guerra

Il cibo si sa, fa “gola” a tutti, tanto che è stata realizzata McFancy, l’istallazione temporanea creata dallo studio di design Access del cool hunter Bill Tikos che unisce brand del lusso al fast food di McDonald’s creando delle vere prelibatezze come le patatine Hermes o Gucci, il gelato Paul Smith, l’hamburger Burberry.

Questo nuovo connubio tra lusso e fast food sarà lanciato nel corso delle settimane della moda in tutto il mondo, a Londra, New York, Parigi, Milano, Sydney, Hong Kong.

Parliamo di un concept nuovo, dove il cibo più gettonato si unisce con il lusso in modo da far vivere un’esperienza unica ai clienti in un ambiente di gran classe.

McFancy è una cosa nuova, unica, ed il team di Access ha portato il fast food ad essere luxury, non solo grazie a prodotti ad hoc, ma anche all’ambientazione.

Ci saranno camerieri in smoking, servizi d’argento, sale da pranzo private, e packaging creati in collaborazione con le griffe presenti alla settimana della moda: dall’hamburger Burberry, alle patatine Chanel, l’acqua Dolce&Gabbana, ed il Sundaes by Paul Smith.

da LUSSUOSISSIMO.COM

Slowfish : imballaggi in acciaio per il pesce

SLOWFISH: CONSORZIO NAZIONALE ACCIAIO PARTNER AMBIENTALE

L’imballaggio in acciaio per le sue doti di sicurezza praticita’ ed eco sostenibilita’ e’ il contenitore alimentare piu’ usato per le conserve ittiche quali acciughe, sgombro, tonno e sardine , perche’ permette di conservare gli alimenti mantenendo inalterate nel tempo tutto il gusto, gli aromi e le proprieta’ nutrizionali. Non tutti pero’ sanno che gli imballaggi in acciaio sono anche tra i piu’ “ecosostenibili” perche’ riciclabili al 100%, infinite volte.

Per questo il Consorzio Nazionale per il riciclo degli imballaggi in Acciaio (CNA) si presenta come partner ambientale a Slowfish, la manifestazione al via da oggi e fino al 30 Maggio dedicata al mondo ittico, organizzata da Slow Food e Regione Liguria al primo piano del padiglione B della Fiera di Genova, affacciato direttamente sul mare, con un proprio stand ed una serie di iniziative dedicate alle scuole. Per tutti gli insegnanti e gli alunni che visiteranno lo stand del CNA a Slowfish (pad.B – Primo piano stand B46-B45, a fianco all’enoteca) e’ previsto durante tutti i giorni della manifestazione un percorso didattico di 20 minuti in un mix di gusto e rispetto per l’ambiente, per promuovere e sensibilizzare i visitatori sull’importanza della la raccolta ed il riciclo degli imballaggi usati d’acciaio e al contempo degustare deliziose specialita’ ittiche tipicamente confezionate in scatolette di acciaio.

Un modo simpatico ed efficace per mostrare al pubblico di Slowfish il ciclo di vita di una scatoletta in acciaio attraverso la visione di un video (della durata di 10 minuti) ideato con un linguaggio specifico per gli alunni delle scuole elementari e medie: da come nasce la materia prima in acciaieria al modo in cui si forma l’imballaggio, a come viene riempito, comprato e utilizzato per poi essere infine da noi tutti avviato alla raccolta differenziata e venire cosi’ riciclato al 100%. Agli insegnanti che faranno visita allo stand, inoltre il Consorzio donera’ il libro “Lunga vita alla scatoletta”, che descrive il ciclo di vita di una scatoletta d’acciaio, per poter approfondire l’argomento anche successivamente in classe.

“Abbiamo deciso di partecipare nuovamente a Slowfish, visto il largo uso degli imballaggi in acciaio per le conserve ittiche, per informare tutti gli amanti del gusto sull’importanza di avviare le scatolette di tonno o di sardine alla raccolta differenziata dopo l’uso – ha dichiarato Maurizio Amadei, presidente del CNA – proseguendo cosi’ nella nostra opera di sensibilizzazione”.

da AGI.IT

Fao : basta con gli sprechi alimentari

Fao, Ridurre sprechi alimentari, ogni anno perdute 1Mld t. di cibo

Secondo uno studio commissionato dalla FAO, circa un terzo del cibo prodotto ogni anno per il consumo umano – grosso modo 1,3 miliardi di tonnellate – va perduto o sprecato. Il documento, Global Food Losses and Food Waste (Perdita e spreco di cibo a livello mondiale ndt.), è stato commissionato dalla FAO all’Istituto svedese per il cibo e la biotecnologia (SIK) in occasione di Save the food!, il congresso internazionale che si tiene a Dusseldorf il 16 e17 maggio nell’ambito della fiera dell’industria d’imballaggio, Interpack2011. Lo studio ha inoltre evidenziato che: I paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo dissipano all’incirca la stessa quantità di cibo – rispettivamente 670 e 630 milioni di tonnellate; Ogni anno i consumatori dei paesi ricchi sprecano quasi la stessa quantità di cibo (222 milioni di tonnellate) dell’intera produzione alimentare netta dell’Africa sub-sahariana (230 milioni di tonnellate); Frutta e verdura, insieme a radici e tuberi, sono gli alimenti che vengono sprecati maggiormente; e che l’ammontare di cibo che va perduto o sprecato ogni anno è equivalente a più di metà dell’intera produzione annuale mondiale di cereali (2,3 miliardi di tonnellate nel 2009/2010).

Il rapporto distingue tra perdite alimentari e spreco di cibo. Le perdite alimentari – che avvengono in fase di produzione, di raccolto e dopo raccolto, e di lavorazione – sono più rilevanti nei paesi in via di sviluppo a causa delle infrastrutture carenti, della scarsa tecnologia e della mancanza di investimenti nei sistemi agro-alimentari. Lo spreco di cibo è invece più un problema dei paesi industrializzati, che assai spesso avviene a livello di venditori e consumatori che gettano nella spazzatura cibo in perfette condizioni che si potrebbe benissimo mangiare. In Europa ed in Nord America lo spreco pro capite da parte del consumatore è calcolato intorno ai 95-115 kg all’anno, mentre in Africa sub-sahariana e nel sudest asiatico ammonta a soli 6-11 kg l’anno. La produzione alimentare totale pro capite destinata al consumo umano è calcolata nei paesi ricchi intorno ai 900 kg l’anno, quasi il doppio dei 460 kg che vengono prodotti nei paesi più poveri. Nei paesi in via di sviluppo il 40 per cento delle perdite avviene nella fase del dopo raccolto e nella lavorazione, mentre nei paesi industrializzati più del 40 per cento delle perdite avviene a livello di rivenditore e di consumatore.

Le perdite al momento del raccolto e del magazzinaggio si traducono in perdite di reddito per i piccoli contadini ed in prezzi più alti per i consumatori poveri, fa notare il rapporto. La riduzione delle perdite potrebbe dunque avere un impatto “immediato e significativo” sulle loro condizioni di vita e sulla sicurezza alimentare. Perdite e sprechi significano anche enorme sperpero di risorse come acqua, terra, energia, manodopera e capitale oltre a produrre inutile emissioni di gas serra e contribuire a riscaldamento globale e cambiamento climatico. Il rapporto offre una serie di suggerimenti pratici su come ridurrli. Nei paesi in via di sviluppo il problema è principalmente dovuto a tecniche inadeguate di produzione, ad una gestione carente del dopo raccolto, alla mancanza di infrastrutture adeguate di trasformazione alimentare e d’imballaggio, ed alla mancanza di informazioni sulla commercializzazione che consentirebbe alla produzione di meglio adeguarsi alla domanda.

Il consiglio in questi casi è dunque quello di rafforzare la filiera agro-alimentare assistendo i piccoli contadini a collegarsi direttamente con gli acquirenti. Il settore pubblico e privato dovrebbero inoltre investire di più nelle infrastrutture, nel trasporto, nella trasformazione e nell’imballaggio. Nei paesi a medio e alto reddito invece le perdite alimentari derivano principalmente dal comportamento del consumatore ed anche dalla mancanza di comunicazione tra i diversi settori della catena alimentare. A livello di dettagliante grandi quantità di cibo vengono sprecate anche a causa di standard di qualità che danno eccessiva importanza all’apparenza. Ricerche mostrano che il consumatore sarebbe disposto a comprare prodotti che non rispondono a questi standard di apparenza purché essi siano sicuri ed abbiano un buon sapore. Di conseguenza i consumatori hanno il potere di influenzare gli standard di qualità e dovrebbero esercitarlo, secondo il rapporto.

Vendere i prodotti della terra direttamente senza dover conformarsi alle norme qualitative dei supermercati è un altro dei suggerimento proposti dal rapporto. Questo potrebbe avvenire tramite negozi e mercati gestiti dai produttori. Si dovrebbe inoltre trovare un buon utilizzo del cibo che altrimenti viene gettato via. Organizzazioni commerciali e di beneficenza potrebbero lavorare con i dettaglianti per raccogliere e dopo vendere o distribuire prodotti destinati all’eliminazione ma ancora buoni in termini di sicurezza, sapore e valore nutritivo. I consumatori dei paesi ricchi sono in genere incoraggiati a comprare più cibo di quello di cui hanno in realtà bisogno. Ne è un esempio il classico “Compra tre e paghi due” proposto in molte promozioni, come pure le porzioni eccessive dei pasti pronti prodotti dall’industria alimentare. Ci sono poi i buffet a prezzo fisso offerti da molti ristoranti che spingono il consumatore a riempire il proprio piatto oltre misura. Il rapporto fa notare come in generale il consumatore non programmi l’acquisto di generi alimentari in modo corretto, che significa che spesso viene buttato cibo inutilizzato quando la data “da consumarsi entro” scade.

Informazioni nelle scuole ed iniziative politiche potrebbero essere un punto di partenza per cambiare questo comportamento, suggerisce il rapporto. Si dovrebbe insegnare ai consumatori dei paesi ricchi che gettare via cibo senza motivo è inaccettabile. Dovrebbero anche essere informati che data la limitata disponibilità delle risorse naturali a disposizione è più efficace ridurre le perdite di cibo che incrementare la produzione alimentare per riuscire a nutrire la crescente popolazione mondiale. In un altro rapporto su confezionamento ed imballaggio dei prodotti nei paesi in via di sviluppo -anche questo preparato per il congresso Save the food! – si fa notare che un imballaggio appropriato è un elemento fondamentale che ha effetti sulle perdite che avvengono a quasi tutte le fasi della catena alimentare.

da ILVELINO.IT

mcT Tecnologie per l’Alimentare a Bologna il 23 giugno 2011

UCIMA a mcT Tecnologie per l’Alimentare
L’Associazione dei Costruttori di Macchine supporta l’evento di giugno

Il 23 giugno a Bologna è in programma la seconda edizione di mcT Tecnologie per l’Alimentare, giornata verticale organizzata da EIOM Ente Italiano Organizzazione Mostre, e indirizzata a tutti gli operatori del Food & Beverage.

All’appuntamento di Bologna, che nella prima edizione ha raggiunto risultati eccellenti, si è aggiunto anche il supporto ufficiale proveniente da UCIMA, la più importante associazione Italiana di Costruttori di Macchine Automatiche per il Confezionamento e l’Imballaggio. Fondata nel 1984, l’Associazione opera in Italia e all’estero come punto di riferimento del settore e raggruppa al suo interno più di 100 aziende.

UCIMA (Unione Costruttori Italiani Macchine Automatiche per il Confezionamento e l’Imballaggio) sarà inoltre protagonista della sessione congressuale mattutina con un intervento sugli “Scenari generali 2010 e focus sul settore alimentare” presentato da Daniele Vacchi (Consigliere UCIMA e Rappresentante IMA Spa), in cui, dopo un’attenta analisi degli scenari appena trascorsi, saranno affrontate le tendenze e le strategie del settore alimentare.

mcT Alimentare alla sua seconda edizione è già un evento di livello nel panorama del settore, testimoniata dall’adesione di UCIMA e dalla partecipazione alla giornata di aziende di spicco quali Schneider Electric, Rittal, Rockwell Automation, Omron Electronics, Distrelec, Wika, Prueftechnik, TUV, SEW Eurodrive, e molte altre ancora.

L’atteso appuntamento di giugno non rappresenta solo una vetrina espositiva altamente qualificata, ma un importante momento per permettere ai professionisti di aggiornarsi, sviluppare business e attivare sinergie.

da AREAPRESS.IT

Bio-On plastica alimentare biodegradabile

Nuovi materiali: sul mercato nel 2012 la plastica biodegradabile firmata Bio-On

C’è uno studio tutto italiano alla base di un’innovazione che potrebbe cambiare il modo di creare la plastica. Quella del futuro, secondo i risultati della Bio-On di Minerbio (Bo), è infatti una plastica del tutto biodegradabile in acqua, che non ha nulla a che fare con il petrolio.

Tutto ha avuto inizio dallo studio su un polimero, che viene dalla barbabietola da zucchero, il Polyhydroxyalkanoato o “Pha”, ricavato appunto da barbabietole e derivati. Il prodotto sarebbe una plastica realmente biologica, biodegradabile in acqua a temperatura ambiente e facilmente utilizzabile per “packaging generico, packaging alimentare, design, abbigliamento, auto motive”, come si legge sul sito di Bio-On.

Ed ecco svelate le caratteristiche della materia prima: “Polyhydroxyalkanoato o PHAs sono un poliestere lineare prodotto in natura da una fermentazione batterica di zucchero – si legge sullo stesso sito – Più di 100 differenti monomeri possono essere uniti da questa famiglia per dare vita a materiali con proprietà estremamente differenti. Possono essere creati materiali termoplastici o elastomerici, con il punto di fusione che varia da 40 a oltre 180°C. MINERV-PHA è un biopolimero PHA ad elevata prestazione. MINERV-PHA ha ottime proprietà termiche. Attraverso la caratterizzazione è possibile soddisfare esigenze produttive da -10°C a +180°C. Il prodotto è particolarmente indicato per la produzione di oggetti attraverso metodi di produzione ad iniezione o estrusione. Sostituisce inoltre prodotti altamente inquinanti come PET, PP, PE, HDPE, LDPE”.

In pratica, si tratterebbe di una soluzione che porrebbe rimedio all’utilizzo di derivati dal petrolio, che sono ormai un problema in fase di produzione e, soprattutto, in fase di smaltimento. Trattandosi di sostanze preziose nella realizzazione di oggetti di uso quotidiano, sarebbe davvero un passo avanti enorme sapere di poter contare su un’alternativa nettamente più ecofriendly una volta che il prodotto termina il suo ciclo di vita. Inutile dire che la biodegradabilità in acqua, come ricordano dalla stessa Bio-On sia il mezzo più economico per distruggere e recuperare gli elementi, oltre che rapido.

Ricapitolando, il PHAs si produce naturalmente e si biodegrada senza inquinare né senza lasciare tracce. Una vera rivoluzione.

“Il prodotto MINERV-PHA – si legge ancora sul sito dell’azienda – accentua il suo fattore di biodegradabilità in acqua batteriologicamente non pura. Questo tipo di biodegradazione dei polimeri rappresenta il ‘futuro’ della biodegradabilità mondiale. La scomparsa naturale e in pochi giorni di un bio polimero in acqua batteriologicamente non pura (es.: fiume) è un risultato raro e molto difficile da ottenere. MINERV-PHA è il primo bio polimero ottenuto da co-prodotti dello zucchero ad ottenere questo importante risultato. In 10 giorni all’interno di normale acqua di fiume MINERV-PHA si trasforma in acqua di fiume oppure in acqua di mare”.

Siamo lontani dalla produzione su larga scala? No, affatto. Entro il 2012 l’azienda dovrebbe riuscire a produrre circa 10 mila tonnellate della sua questa plastica biodegradabile, con un brevetto che porta il nome di “Minerv”.

Anna Tita Gallo

da GREENBIZ.IT